DIARIO DI UNO SCENEGGIATORE (SECONDA PARTE)

Qualche settimana dopo, fui nuovamente convocato negli uffici della major. Tutto andava per il meglio: la sceneggiatura era fantastica; il piccolo paese, solo contro tutti, era addirittura commovente. Le scene di guerra poi, il supereroe, il finale sospeso: i focus group ne erano entusiasti. C’era solo da limare qualcosa, qua e là. Una major ha un pubblico diverso dal cinema indipendente, e deve evitare di scontentare troppa gente. E giù una lista di persone, fisiche e giuridiche, che il film non avrebbe dovuto scontentare. Ero perplesso, faticavo a capire.

Per farla breve: il riferimento all’economia e al debito andava tolto. Troppo difficile per il pubblico, e troppa gente scontenta. Riscrissi la sceneggiatura. Al posto della Ghost, ci misi un gruppo di replicanti ribelli; per la verità, l’idea sembrava già sfruttata, ma piacque. Volli provare a inserire almeno un tocco di novità, qualche ironia alla Pynchon. Avete presente i nomi dei protagonisti ne “L’incanto del lotto 49” ? Qualcosa di simile. I replicanti si sarebbero chiamati, per esempio, Conrad Sparrow, Mario Mangiabocconi, e via ironizzando. E avrebbero imparato a piangere. Saltò su quello del merchandising, e bocciò senza appello l’idea: i replicanti devono avere nomi riconoscibili, facili (?), come KR17 o PB22.

L’ironia non abita presso le major. Non hanno mai letto il vecchio Thomas Pynchon.

[2 – Fine]

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