Una ricetta italiana per uscire dalla crisi

L’Italia per uscire dalla crisi ha innanzitutto bisogno di una ricetta italiana, dai sapori mediterranei, che piaccia al nostro palato.

Poi se è vero che si tratta di una crisi del sistema capitalistico, della globalizzazione, del modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata, serve anche una ricetta che si basi sui principi di sostenibilità, che non aumenti l’antropizzazione e l’uso del territorio. Per i vincoli legati ai debiti pregressi, bisogna poi puntare su attività a basso impatto di capitale. Naturalmente servono elevate ricadute occupazionali. Infine bisogna resistere alle tentazioni autarchiche, di chiusura in sé stessi – il paese deve ristabilire un rapporto equilibrato di scambi con l’estero, trovando beni e servizi che possa esportare per bilanciare le importazioni che ci saranno comunque: smartphone in alluminio, soap operas, borsette in plastica, film colossali, abiti colorati in nylon e poliestere, energia per star caldi d’inverno e freschi d’estate etc.

Quanto ai settori economici su cui puntare, il consenso unanime sembra escludere l’industria, ché nessuno più vuol sentir l’odore di questo motore che fino a ieri ci ha portati avanti quasi tutti quanti. Relativamente al settore primario, l’agricoltura risulta troppo complicata da gestire, impatta il territorio e per via della meccanizzazione richiede ormai eccessivi capitali senza veramente creare occupazione. Del minerario invece, non parliamo nemmeno: puzza e fa polvere; e i minatori mettono tristezza. Nel terziario, escludiamo in blocco il settore statale, sanità, scuola, burocrazia, giustizia: nessuno ne vuol più sapere. Escludiamo poi tutto ciò che comporta una sofisticazione scientifica o tecnologica: non si confà al genio Italico che presto si stanca quando è richiesta applicazione e sistematicità.

Dopo un’attenta analisi, appare quindi evidente che la ricetta italica per uscire dalla crisi non può che fondarsi su due luminosi pilastri: la pastorizia e la prostituzione.

"Sa tundimenta: passerella" di Topyti

La pastorizia, bucolico trastullo, sarà il naturale sbocco per le popolazioni urbane che placidamente sciameranno dal sottosuolo dalle grandi metropoli, abbandonando le metropolitane bloccate causa blackout intermittenti e bancarotta fraudolenta delle aziende di trasporti. Percorrendo le tangenziali e gli svincoli intasati da infinite file di camion e SUV bloccati e abbandonati per mancanza di carburante, costoro riprenderanno il possesso delle campagne, trasformate in immensi gerbidi e pascoli, punteggiati qua e là dalle carcasse dei trattori e delle mietitrebbie. Grazie ai prodotti della pecora, l’animale-simbolo della nazione Italica, troveremo il nostro riscatto nel mercato comune europeo: la ricotta, la lana e loro derivati il cannolo siciliano e la coppola.

E per chi non gradisse la vita agreste, l’altro caposaldo della nostra ricetta: la prostituzione, antichissima, millenaria e rinnovabile risorsa ! Per chi si fosse chiesto perché i nostri amici europei amassero in passato guerreggiare sul suolo italiano, barbari, longobardi, lanzichenecchi, angioini e aragonesi, normanni e arabi, napoleonici e austriaci, fino ai più recenti alleati: certo certo il clima favorevole, la buona cucina sì sì ma anche le nostre donne e i nostri giovani hanno attirato questi eserciti. E se il turismo è il nuovo modo pacifico di invadere territori lontani, cos’altro possiamo fare per riguadagnare posizioni tra le mete preferite delle danesi accaldate, dei satiri germanici e olandesi, dei ricchissimi pensionati e pensionate norvegesi ? Cuba e la Thailandia, Santo Domingo e il Libano presto sentiranno il fiato sul collo: sarà la riscossa del bagnino romagnolo, della donna lombarda, del ragazzo di borgata, della velina minorenne.

Oh gaudio ! Armonia delle sfere ! Dov’è la mia pecora ?

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