Non esiste il centro sulla superficie di una sfera

Johann Sebastian Bach all’apice della propria vita professionale visse a Lipsia, che in quegli anni contava trentamila abitanti: proprio come Abbiategrasso oggi. Il rinascimento nacque tre secoli prima a Firenze, che all’epoca contava settantamila abitanti o poco più – la stessa dimensione dell’odierna Catanzaro.
Da questi esempi è chiaro che non c’è un numero di abitanti minimo che deve avere un città per essere effervescente e dare contributi unici alla cultura dell’umanità.

Perché allora chi vive oggi in una città con meno di un milione di abitanti si sente in provincia, e pare che tutto ciò che è interessante possa accadere solo in quattro città al mondo: New York City, Londra, Seoul e Pechino, che contano 8-10 milioni di abitanti nell’area urbana e arrivano a 20-25 milioni nelle rispettive conurbazioni ?

In origine il trasferimento in massa nelle città (inurbazione) fu dovuto alla rivoluzione industriale. Fino al diciottesimo secolo l’economia era prevalentemente agraria, e la produzione avveniva in modo distribuito sul territorio. A partire dalla rivoluzione industriale la città diventa luogo primario di produzione del valore, e inizia l’inurbazione di massa: le fabbriche necessitano di moltitudini di operaie ed operai, che si spostano a piedi e quindi devono abitare nel raggio di pochi chilometri. Da quel momento in avanti la città diventa anche un potente meccanismo di accumulazione di valore, perché più gente si trasferisce nella grande città più aumentano i valori immobiliari. I valori di questi immobili possono poi essere usati come garanzia per ottenere prestiti, secondo i dettami del sistema capitalistico.

Le grandi città sono quindi una necessità del sistema economico, e il potere e quindi il denaro lì accentrato è un grande aspirapolvere che sottrae energia creativa e persone alla provincia.

Ma è questa l’unica spiegazione possibile per l’unico mondo possibile ?

Mettiamoci innanzitutto nei panni del cittadino che abita la metropoli. Egli afferma orgoglioso: “abito a New York City“. Ma cosa vede egli di NYC per la maggior parte della sua vita ? Vede il suo quartiere, un tratto di metropolitana e il quartiere dove lavora. I limiti della percezione e dell’esperienza umana fanno sì che non sia possibile nemmeno nell’arco della propria intera vita incontrare 10 milioni di persone. Non è neppure possibile conoscere la città stessa: per attraversarla a piedi ci vuole un giorno di marcia, e se uno si dedicasse a tempo pieno allo studio meticoloso del tessuto urbano, scoprirebbe che esso si modifica più rapidamente di quanto egli lo possa inventariare.
Anche limitandosi alle attrazioni culturali che una sola di queste città offre, superano di molto la ricettività di una persona. Di fatto chi vive in una metropoli finisce per muoversi un uno spazio dove forse abitano 100000 suoi simili, riproponendo una dimensione urbana “umana” già ampiamente sperimentata nella storia dell’umanità.

Quanto alle necessità produttive, nel diciannovesimo persino la siderurgia era localizzata nelle città: gli skyline di Londra e del bacino della Ruhr dell’epoca mostrano le ciminiere che spuntano in mezzo ai quartieri residenziali. Oggi questo non sarebbe accettabile per motivi ambientali, e le fonderie hanno traslocato fuori dalle città, avvicinandosi al mare. L’apice della fabbrica centralizzata si ha però con l’industria meccanica: con l’automobile nel ventesimo secolo. Lo stabilimento Ford di River Rouge presso Detroit, nel 1930 occupava 100000 addetti. Lo stabilimento Volkswagen Wolfsburg, inaugurato da Hitler 75 anni fa, raggiunse la sua piena potenzialità sotto l’occupazione britannica dando lavoro a  130000 persone (1967).
Negli ultimi trent’anni tuttavia il paradigma è cambiato; l’automazione da una parte ha ridotto il numero di operai, la logistica dall’altra con i sistemi di lean production, dove i sottocomponenti giungono preassemblati, ha portato ad un polverizzarsi della fabbrica in tante unità produttive più piccole.
Lo stabilimento FIAT Melfi è emblematico di questo modello, localizzato in un città di meno di 20000 abitanti, dava lavoro in origine a 7000 addetti (1997). Anche Volkswagen che resta legata per motivi strutturali al modello accentrato ha più che dimezzato il numero di addetti a Wolfsburg (erano 53500 nel 2011).

Le nuove industrie leggere ad alta tecnologia, quelle elettroniche, sono altamente globalizzate: per certi tipi di componenti esistono tre soli stabilimenti al mondo! Un esempio di questo tipo di installazioni è il sito di Globalfoundries Inc. a Dresda, che dà lavoro a meno di 3000 persone.

Ma poi alla fine di cosa stiamo parlando ? Ma quale industria pesante o leggera, oggi l’industria non è comunque più il centro dell’economia, con la terziarizzazione sono i servizi il vero centro di produzione del valore.
Se l’industria automobilistica la associamo spesso alle metropoli (Torino, Detroit), se i potentati bancari e finanziari sono sempre associati ad una metropoli (Nomura: Tokio; HSBC: Honk-Kong, Shangai e Londra; citibank: New York City), non è così per i nuovi colossi dei servizi:

  • Google Inc. ha sede a Mountain View in California: 75000 abitanti
  • Facebook Inc. ha sede a Menlo Park, California: 32000 abitanti
  • Amazon.com Inc. ha sede a Seattle, stato dello Washington: 630000 abitanti
  • Apple Inc. ha sede a Cupertino, California: 58000 abitanti
  • Microsof Corp. ha sede a Redmond, stato dello Washington: 54000 abitanti.

Il fatto è che sono i mezzi di trasporto e di comunicazione a definire l’equilibrio tra centro e periferia.

Viaggiando su una diligenza a cavalli, in tre ore si percorrono 40 chilometri. Viaggiando un giorno e una notte a tappe forzate: duecento chilometri.
Questa situazione, che è rimasta invariata dal neolitico fino a tutta la rivoluzione industriale, isola il territorio in regioni e rende possibile l’esistenza di molti centri. Immaginate attorno ad ognuno di questi centri (città) un disco piatto, il cui raggio è la distanza che le merci o le persone possono percorrere in qualche ora. Immaginate ognuna di queste città come un organismo parassita delle campagne poste all’interno del suo disco; il raggio del disco determina il limite alla dimensione massima sostenibile per una città (con l’eccezione delle capitali di imperi globali, che sono sempre esistiti: Roma, Londra …).

L’evoluzione incrementale dei mezzi di trasporto, con l’introduzione del treno, del camion e dell’automobile, ha portato via via ad un accelerazione delle velocità e quindi inizialmente all’aumento del diametro di questi dischi. Questa fase corrisponde all’industrializzazione, e ha visto crescere alcuni di questi centri “locali” alla dimensione di centri “nazionali”. Col proseguire di quest’accelerazione, che raggiunge il punto di rottura con l’aereo, questi dischi ingrandendosi via via hanno cominciato ad intersecarsi, fino a sovrapporsi completamente: oggi se ci spostiamo volando possiamo sperimentare direttamente la natura sferica della terra !

Questo andamento è ancora più drammatico per i mezzi di comunicazione, cioè per il trasporto delle informazioni. Fino all’introduzione del telegrafo elettrico di Morse (1837) le informazioni viaggiavano alla stessa velocità del messaggero che le portava a cavallo, quindi mezzi di trasporto e di comunicazione avevano la stessa velocità. Invece col telegrafo, e ancora di più col telefono, la televisione satellitare e internet la terra diventa di fatto un punto: alla velocità della luce ci vogliono 6 centesimi di secondo per andare dall’altra parte del mondo !

Il fatto è che tutti i punti su una sfera hanno la stessa importanza, quindi non può più esistere un centro, né locale né mondiale. Questo è il motivo per cui Facebook Inc. può tenere le fila di una ragnatela che ci imprigiona tutti quanti da una minuscola città di provincia.

Alla luce di queste osservazioni, possiamo tornare agli interrogativi iniziali con le idee ancora più confuse.

Perché questo mondo sferico o puntiforme, contraddittoriamente vede il trionfo delle metropoli di 10 milioni di abitanti ? I motivi sono due: il carattere irreversibile della migrazione dalle campagne e il marketing.
Dopo la deflagrazione della grande industria, tipicamente l’antica città industriale si spopola, ma l’entità di questo contro-esodo è variabile, ad esempio Detroit passa da 1800000 abitanti nel 1950 a 700000 oggi, mentre Manchester che ha raggiunto il picco nel 1930 ha perso da allora solo il 10% della popolazione, e un destino simile potrebbe avvenire a Torino. Questi cittadini in fuga, non trovando un tessuto sociale e produttivo in grado di accoglierli nelle campagne, sono però destinati a spostarsi in città più piccole o magari in altre metropoli.
La scelta della città dove trasferirsi viene fatta su basi “emozionali”. Anche le città sono brand con un valore. Alla costruzione di questi brand lavorano alacremente i potentati economici e finanziari, che invariabilmente hanno dei tentacoli nell’industria dei media. Si creano delle mitologie (la città del cinema, la città della moda, la città della tecnologia) che vengono piazzate per mezzo di serie televisive, gossip, eventi costruiti a tavolino dai PR. Il 99% degli abitanti della città della moda non avrà nessuna interazione, interesse personale od economico per la moda, ma si sentirà orgogliosa di vivere in una città fashion.

Perché non esiste un J.S.Bach ad Abbiategrasso e il nuovo rinascimento non è già iniziato a Catanzaro ? Il motivo è che le persone che vivono ad Abbiategrasso passano la maggior parte del loro tempo a spostarsi da Abbiategrasso a Milano e ritorno, a telefonare con gli amici lontani, ad ascoltare musica creata a Seattle, a guardare miniserie televisive girate a Roma, pubblicità create a Londra e film girati ad Hollywood. Essi in realtà non sono veramente presenti ad Abbiategrasso !
Lipsia nel 1740 assicurava in confronto una deprivazione quasi completa di stimoli, e i notabili la domenica a messa si concedevano il lusso di ascoltare buona musica. La ascoltavano con molta attenzione. Probabilmente ad Abbiategrasso la gente non presta molto caso alla musica che si ascolta in chiesa o altrove.

Sono quindi i mezzi di trasporto e di comunicazione che oltre a trasformare la terra in un punto, rendono insignificante qualsiasi punto sulla terra. Avvicinandoci alle persone lontane, ci allontanano da quelle vicine a noi. In un prossimo post vorrei ragionare ad alta voce sull’equilibrio tra centro e periferia nella rete di informazioni, e sull’impatto che tutte queste trasformazioni hanno sulle classi sociali.

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