Linguaggio e mondo

Wittgestein, nel suo Tractatus, stabilisce una catena logica tra mondo, pensiero e linguaggio. Forzando e semplificando il suo scritto, potrei dire che l’uomo rappresenta il mondo (“lo stato dei fatti”) attraverso il suo pensiero, che esprime attraverso il linguaggio. Dunque, studiando il linguaggio si può capire, se non il mondo (l’essere in quanto tale è inconoscibile), almeno il modo in cui il pensiero lo interpreta.

 

Senza specifiche competenze, ma con molta hybris, provo a descrivere alcune tendenze del linguaggio. Con l’ipotesi che valgano per l’italiano, ma anche per l’inglese e per altre lingue europee e siano pertanto abbastanza generalizzabili, almeno nella nostra porzione di mondo.

 

1)      le differenze tra i vari linguaggi orizzontali si stanno assottigliando. Lingua scritta e parlata si assomigliano sempre più, così come le lingue regionali (il dialetto è frequentato sempre meno); giovani e anziani parlano quasi la stessa lingua e comunque le nuove espressioni gergali entrano presto nel linguaggio comune. Nemmeno esistono più grandi differenze tra le lingue parlate dai diversi ceti sociali, salvo una sparuta classe di intellettuali.

2)      il linguaggio orizzontale si sta semplificando. Dunque esistono delle koiné, italiana, francese, sovranazionale, ma esprimono una lingua assai povera. Si usano poche parole per nominare oggetti, concetti, azioni, attributi; si parla sempre più per frasi fatte, “patterns”, tormentoni, che evocano concetti complessi senza rappresentarli. Si procede spesso per analogie ed esemplificazioni e raramente per astrazioni.  Infine, complici mail ed SMS, anche l’ortografia e la sintassi si sono scarnificate e omologate.     

3)      Al contrario, si sono moltiplicati i contesti linguistici, che descrivono domini professionali e di consumo. Ognuno di essi ha costruito un proprio thesaurus terminologico, senza intersezioni con gli altri. Esemplificando, per una volta: difficilmente il linguaggio informatico potrà essere compreso da un pubblicitario o la terminologia marinara da un escursionista alpino, e viceversa.   

 

Che mondo descrive questo linguaggio ? Quale mondo costruisce il pensiero degli abitanti del mondo occidentale agli inizi del XXI secolo ?

 

Innanzitutto, ma non era difficile prevederlo, un mondo più piatto, unificato, dove si balla il tango argentino, si guidano auto giapponesi e si mangia il felafel.

 

Meno gratificante: il nostro linguaggio non è (più) abbastanza potente da costruire Weltanschauungen! Proiettiamo la complessità del mondo, che non riusciamo più a comprendere in una visione unitaria (ed è forse per smentire questa ipotesi che è nato Calomelano), in tanti ambiti specialistici. Leggiamo il mondo in un’ottica riduzionista, e ne vediamo pochi spicchi, quelli che la nostra professione e i nostri consumi (anche culturali e artistici, perché no) ci consentono. Siamo uomini a due dimensioni: ciò che produciamo e ciò che consumiamo. Insomma, apparteniamo ormai al genere “homo americanus”. Ci salverà l’Asia ?

One thought on “Linguaggio e mondo

  1. Commentare se stessi è poco elegante, ma qualche appunto verbale mi spinge a chiarire alcuni concetti.

    Linguaggio orizzontale: è il linguaggio non specialistico (verticale, per analogia), che identifica una comunità linguistica a dimensione nazionale. E’ la lingua parlata dall’italiano medio, ammesso che il concetto abbia qualche senso. E’ ad esempio la lingua che un piemontese e un siciliano senza particolari interessi in comune, usano per discutere di vita sociale, cibo, abbigliamento, natura, strade e via discorrendo.

    Semplificazione del linguaggio: “[…] l’indebolimento linguistico (se si vuole definire così l’abbassamento della competenza semantica e sintattica nella pratica media delle lingue parlate) […]”, da Marc Augé, nel già citato “Non luoghi”, visto come conseguenza del “[…] ricorso al basic english delle tecnologie, della comunicazione o del marketing […].

    Sembra essere regola generale che una lingua, ampliando il numero dei parlanti e sostituendosi ad altre, si semplifichi sintatticamente e semanticamente (anzichè arricchirsi grazie ai differenti apporti culturali), così come l’allargamento della comunità riduce e diluisce i tratti culturali comuni. Ne sono esempi l’inglese dapprima, poi l’americano, ora lo spanglish e il basic english.

    Agirà anche in questo caso la maledetta regola dei fenomeni di massa, che livella verso il basso qualità e complessità all’allargarsi della platea ?

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