Luoghi collettivi

Un modo diverso di condurre la discussione sui luoghi da guida turistica è quello proposto da Marco Romano (La città come opera d’arte, Einaudi 2008). Dopo aver rimarcato l’estrema varietà europea degli edifici collettivi, rispetto ad altre civiltà, ne attribuisce l’origine ai caratteri fondativi della civitas europea, che è aperta, mobile e democratica.

Più avanti: “La civitas europea ha dunque una sua riconosciuta personalità, di ordine superiore a quella dei cittadini che la compongono, […] così i medesimi cittadini in quanto civitas rappresentano il rango che considerano confacente alla propria città nella grandiosità e nella magnificenza relativa dei suoi temi collettivi in un confronto che le coinvolge tutte, dal villaggio alla capitale, mentre nelle altre civiltà del mondo gli edifici monumentali li vediamo soltanto nelle città maggiori […]”.

Dunque, temi collettivi che definiscono la grandezza e l’importanza di una città, un paese, un villaggio: chiese, mura, palazzi, strade e piazze tematiche, giardini, teatri, biblioteche e infine musei.

Su questi ultimi: “Ecco che il collezionismo disordinato dei principi, […] le sale con le pareti fitte di pitture vengono aperte con orgoglio ai visitatori stranieri […] e lentamente a tutti […] in edifici che più fastosi non potrebbero essere: il palazzo del Louvre a Parigi o il British Museum a Londra o il fantasioso acquario di Genova.” Aggiungo che ogni cittadina di provincia italiana, francese, europea è stata fiera di aprire un proprio museo, a perenne edificazione della propria grandeur e ridefinizione della propria (periclitante) identità.

Gli innumerevoli musei etnologici delle piccole comunità montane in via di sparizione, i piccoli e grandi musei celebrativi del genio locale (Van Gogh ad Amsterdam, Toulose Lautrec ad Albi, Mirò a Barcellona, Segantini a St. Moritz), i grandi Musei archeologici che ricordano la gloriosa storia passata (il Museo Nazionale di Damasco e quello di Atene, il Museo Egizio del Cairo), per finire con le enormi pan-teche  di impronta imperiale, quali il Louvre, il British, Il Metropolitan o l’Ermitage:  in questa prospettiva diventano più interessanti come specchio dell’identità vagheggiata delle comunità di riferimento, che per i contenuti spesso diseguali e pletorici.

In un’epoca in cui le identità individuali e collettive appaiono così essenziali per dare senso all’esistenza, forse i musei mantengono un loro ruolo. Magari ripensati secondo l’ontologia e l’estetica dominante, quella del centro commerciale.

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