World music

Pochi elementi danno oggi la sensazione della cultura di massa di un paese, quanto la musica che vi si ascolta. Trovare qualche regolarità nell’ascolto dei più (e in particolare dei “ggiovani”) potrebbe chiarire il carattere di un’area geografica meglio di un intero numero di Limes. Forte di questa interpretazione, mi accingo a rilasciare la versione 0.1 di un ambizioso studio, per ora supportato da poche evidenze sperimentali, e che attende pertanto conferme o smentite da viaggiatori e navigatori calomelanesiani. Premetto che sto parlando appunto di cultura di massa, senza l’ambizione di trattare la cultura alta oppure le forme politiche ed economiche.  

Esperienze dirette o indirette mi suggeriscono che in molte parti del mondo, a esclusione dei paesi occidentali, la musica di ascolto di ampia diffusione abbia una forte impronta tradizionale e locale, sia pure mediata e miscelata da influssi rock, hip-hop, elettronici.

Alcuni esempi chiariranno meglio questa generalizzazione: in Argentina è diffusissimo il “nuevo tango”, di ovvia genealogia; in Brasile il samba, il baiao, l’afoxé e altri ritmi popolari sono la base della musica contemporanea; così a Cuba (mambo, rumba, son), in Giamaica (reggae) o in Colombia e nei paesi andini (a parte Shakira, la cumbia è il ballo a cui si rifà molta musica che vi si ascolta). Persino negli Stati Uniti alcune musiche tradizionali sono tuttora ampiamente diffuse: penso al “blue grass”, soprattutto nelle aree rurali e al Sud, e al “cajun” o al blues del delta in Lousiana.  

Ancora più evidenti sono fenomeni analoghi in Medio Oriente (ho testimonianze per Egitto, Algeria e Turchia): la gioventù balla e si sfonda i timpani con melodie arabeggianti che galleggiano su batterie elettroniche ossessive; in India, dove le musiche di stile bollywoodiano non vi abbandoneranno mai; in Estremo Oriente, dove è popolarissimo il rock thailandese, miscela del tradizionale “luuk thung” con l’heavy metal, in cui l’orecchio occidentale, per il diverso sistema di scale, avverte una differenza di intonazione molto marcata. Non diversamente, in Africa Occidentale ascolterete semplici melodie, spesso antifonali, su tessuti ritmici molto complessi, ma con strumentazioni occidentali; a Capo Verde, per esempio, questa musica assume la forma del funanà.

Di tanto in tanto qualche artista cubano, maliano o algerino supera l’ambito locale ed entra nel grande mercato internazionale; si tratta però, almeno in occidente, di fenomeni temporanei e spesso di nicchia. Del tutto diversa, mi viene da dire, è la situazione in Europa, vecchia e nuova, dove è ubiquo un linguaggio pop internazionale, che ormai ha perso ogni identità specifica: un pizzico di rock, due dita di jazz, una spruzzata di elettronica, agitate bene e servite freddo. Anche qui appaiono, con frequenza variabile, musiche di impronta tradizionale, sia essa celtica, gitana, balcanica; fado o flamenco. Ancora una volta, si tratta di fenomeni passeggeri e di nicchia. Solamente all’estremo sud dell’Europa ancora si ascoltano diffusamente musiche di impronta veramente locale: in alcune aree della Grecia e a Napoli (i neomelodici, così cari a tanti camorristi).

Ammesso che l’analisi e le generalizzazioni siano corrette, si possono trarre delle conclusioni ? Si può dire che l’Europa tutta, da Lisbona a Mosca, abbia subito un’unificazione prima culturale (parlo di cultura di massa) che politica, perdendo le identità locali, ma senza purtroppo costruirne una nuova, collettiva ? A meno che proprio questa miscela pop fatta di supermercati, centri direzionali, svincoli autostradali, pub inglesi, pizza, kebab, birra belga, automobili giapponesi e cellulari Nokia, che si incontra nelle periferie di Praga, Monaco, Bilbao e Milano, costituisca proprio questa identità.

Si può altresì dire che i paesi africani, asiatici e latino americani abbiano, a dispetto della globalizzazione, mantenuto una propria identità forte, che ha saputo accogliere influenze esterne senza troppi stravolgimenti ?  E i cinesi, per solito mimetici e ricettivi, quale musica ascoltano ? 

One thought on “World music

  1. In Croazia è onnipresente un genere musicale melodico ma ritmato, che si presta a cori nostalgici soprattutto la sera tardi quando il tasso alcolico è alto. Persone di tutte le età sembrano conoscere le parole di queste canzoni, che invece a noi restano misteriose (qualcuno di voi parla croato ?). Proviene dalle radioline, chissà se anche lì come in Francia ci sono per legge delle soglie di musica autoctona che le radio devono trasmettere – in Croazia la soglia dev’essere 100%.

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