Il treno dei desideri

Non sono qui a fare l’elogio del treno, o miei (pochi) lettori. Non dirò che li preferisco agli aerei e all’automobile, laddove possibile. Non dirò che vi si può leggere, lavorare, chiacchierare, flirtare, mangiare, bere, osservare il panorama; non dirò che si evitano code autostradali e non si consuma benzina.

Accennerò solo che, nonostante le allarmanti notizie di stampa, ho più volte viaggiato tra Milano e Roma con il famigerato Frecciarossa; che quotidianamente pendolo in treno per raggiungere il posto di lavoro.

Non vivo in Val di Susa, né ne sono un estimatore; semmai proprio la Val Maira degli acciugari (“Il salto dell’acciuga”, Nico Orengo) è la più vicina al mio modello di valle alpina. Ho anche apprezzato l’articolo di Paolog sulla Val di Susa: al solito colto, informato e convincente, con un punto di vista originale.

Eppure. Qualcosa mi lascia dubbioso. Nonostante le premesse. O forse proprio a causa delle stesse.

Ricapitolando: i treni oggi denominati regionali, o ad alta frequentazione, sono, per usare un eufemismo, un disastro. E non parlo di Campobasso, Melfi o Comiso, ma del profondo Nord, di linee che portano a Milano migliaia di lavoratori ogni giorno. La probabilità di salire su un treno: puntuale, con almeno un posto a sedere, con porte e toilette funzionanti e una temperatura accettabile, è pari a quella di vincere al superenalotto. Sempre che il treno non sia stato nel frattempo soppresso. “Ci scusiamo per il disagio”. Ciò accade a Milano, Roma, Treviso, Bari, e, ovviamente anche in Val di Susa. La ragione fondamentale è, come sempre, la più ovvia: non ci sono soldi, per la manutenzione dei treni, delle linee, per nuovi treni, per più corse.

Va poco meglio per le linee ad alta velocità: la puntualità è scarsa, le carrozze appena passabili, i servizi a terra pessimi. Tutto considerato, la linea Milano – Roma è più simile alla Alessandria – Il Cairo che alla Parigi – Lione. Poiché, com’è noto, lo Stato italiano ha le pezze al culo (e ai treni), qualunque persona di buon senso giudicherebbe prioritario investire le poche risorse nelle linee locali e in quelle ad alta velocità esistenti, con effetti virtuosi sul traffico automobilistico, sull’ambiente e sulla fiducia in Trenitalia, RFI o comunque si chiami.

Rimane la questione dei finanziamenti europei per il corridoio V: a occhio e croce, giudicherei prioritario intervenire piuttosto sul collegamento Milano – Trieste (oggi percorso in 4 ore e tre quarti!), vista la quotidiana congestione della famigerata A4. Anziché raddoppiare e triplicare autostrade e tangenziali, perché non potenziare le linee ferroviarie che attraversano il Nord-Est, pur con tutti i problemi di un territorio molto urbanizzato ?

In ultima analisi, nella disastrosa situazione del nostro trasporto pubblico, il segmento Torino – Lione appare come l’ultima delle preoccupazioni e priorità. Con tutto il rispetto per l’Unione Europea, i suoi finanziamenti e i suoi piani di mobilità.

P.S. Un modo efficace per migliorare i conti di Trenitalia ci sarebbe: sbarcare MM, il suo ineffabile AD, quello che “del traffico locale non mi importa niente”; quello che “portatevi le coperte e i panini da casa”. Via subito, ad alta velocità e senza fermate intermedie alla cassa. Ma con una coperta e un panino.

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