{"id":1307,"date":"2013-12-13T17:45:57","date_gmt":"2013-12-13T16:45:57","guid":{"rendered":"https:\/\/calomelano.it\/?p=1307"},"modified":"2013-12-13T17:45:57","modified_gmt":"2013-12-13T16:45:57","slug":"jazz-e-cultura-pop","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/calomelano.it\/?p=1307","title":{"rendered":"JAZZ E CULTURA POP"},"content":{"rendered":"<p align=\"right\">\u201cChe ci facciamo in un negozio di moda per parlare di Jackson Pollock ?\u201d<\/p>\n<p align=\"right\">Luca Beatrice, curatore della mostra \u201cPollock e gli Irascibili\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ho visitato recentemente la mostra milanese dedicata a \u201cPollock e gli Irascibili\u201d. L\u2019ho trovata molto interessante, anche se il riferimento a Pollock avrebbe giustificato una sua maggior presenza espositiva.<\/p>\n<p>L\u2019apparato critico \u00e8 sufficiente, con qualche tentativo di collocare l\u2019espressionismo astratto nell\u2019ambito storico e culturale americano dell\u2019epoca. Gli strumenti utilizzati sono in particolare due: un tabellone cronologico posto all\u2019ingresso della mostra, e la presentazione del curatore, disponibile anche <a href=\"http:\/\/www.mostrapollock.it\/la-mostra-2\/\" target=\"_blank\">qui<\/a>.<\/p>\n<p><b>I riferimenti culturali sono spesso di tipo \u201cpopular\u201d<\/b>: il rock \u2018n roll e le figure di Elvis Presley, Bill Haley; il cinema hollywoodiano e gli attori James Dean, Marlon Brando; in altri momenti, il curatore utilizza elementi della critica pop per presentare lo stesso Pollock, oppure gli scrittori e poeti della \u201cbeat generation\u201d. In questi casi \u00e8 forte l\u2019accento sull\u2019abbigliamento, la moda, i locali di tendenza, in una parola, sulla \u201ccoolness\u201d dei protagonisti.<\/p>\n<p>Se finora l\u2019approccio ha funzionato, la sua applicazione al jazz \u00e8 stata disastrosa. Si cita un solo disco e un solo protagonista: \u201cKind of blue\u201d, di Miles Davis, del 1959. Nel tabellone cronologico, l\u2019opera \u00e8 presentata come il culmine del \u201ccool jazz\u201d; nel filmato, come l\u2019inizio dell\u2019intellettualizzazione del jazz, disco che segnerebbe la fine del jazz come musica di larga diffusione. Si dice altres\u00ec che il jazz, in quel periodo (gli anni \u201950 del secolo scorso), \u00e8 \u201ccool\u201d (arieccolo !), cos\u00ec come la musica che gli eroi della \u201cbeat generation\u201d ascoltano e celebrano.<\/p>\n<p>Sappiamo da tempo che <b>la catalogazione (il \u201ctagging\u201d) \u00e8 elemento essenziale della cultura pop<\/b>. E\u2019 rassicurante, semplifica e permette di parlare di ci\u00f2 che non si conosce. Il \u201ccool jazz\u201d \u00e8 stato per alcuni critici uno stile della musica jazz, anche se marginale (Polillo, Cerchiari); per altri (Franco, Zenni) solamente un modo di suonare (la \u201ccoolness, appunto), che certamente Miles Davis ha incarnato alla perfezione. In ogni caso, gli anni \u201950 del \u2018900 sono per il jazz un periodo ricchissimo, in cui si sono sovrapposti gli ultimi fuochi del be-bop (Parker morir\u00e0 nel 1955), il cool, l\u2019hard-bop, che nasce attorno al 1954, gli esordi del jazz modale, la musica di Coltrane, di Mingus, il primo Ornette Coleman. In sostanza, affermare che il jazz degli anno \u201950 \u00e8 stato precipuamente \u201ccool\u201d, mostra almeno una scarsa conoscenza della storia di questa musica.<\/p>\n<p>Se finora lo spazio per l\u2019interpretazione era molto ampio, per altre affermazioni diventa strettissimo. <strong>\u201cKind of blue\u201d <span style=\"text-decoration: underline;\">non<\/span> \u00e8 il culmine dello stile \u201ccool\u201d<\/strong>, ma \u00e8 il disco seminale del \u201cjazz modale\u201d, tanto da trasformare il suo brano pi\u00f9 celebre, \u201cSo what\u201d, in materia di studio nei conservatori jazz. <strong>Questo disco <span style=\"text-decoration: underline;\">non<\/span> segna la fine del jazz come musica \u201cpopular\u201d<\/strong>: ci\u00f2 \u00e8 avvenuto almeno quindici anni prima, con lo stile be-bop, nel quale i piccoli gruppi hanno sostituito le gradi orchestre del periodo swing. Da allora, la musica \u201cpopular\u201d per i neri \u00e8 diventata il \u201crhythm and blues\u201d in tutte le sue declinazioni.<\/p>\n<p>Per somma ironia, \u201cKind of blue\u201d \u00e8 uno dei dischi pi\u00f9 venduti della storia del jazz (pare circa tre milioni di copie), ed \u00e8 forse questa la ragione per cui \u00e8 entrato nel Pantheon della cultura popolare, dove ha raggiunto Miles Davis, presente per esiti musicali, aspetto e storia personale.<\/p>\n<p>Infine, la musica preferita di Kerouac e dei suoi colleghi <span style=\"text-decoration: underline;\">non<\/span> \u00e8 il \u201ccool jazz\u201d, ma il be-bop. Parker \u00e8 l\u2019eroe della \u201cbeat generation\u201d, bop \u00e8 la prosodia di Kerouac secondo Henry Miller e altri critici.<\/p>\n<p>Eppure, il disco di jazz ideale per la mostra era l\u00ec, pronto e apparecchiato, edito un anno dopo \u201cKind of blue\u201d: \u00e8 \u201cFree jazz: a collective improvisation\u201d di Ornette Coleman, manifesto dell\u2019informale nel jazz. In copertina, un\u2019opera di Jackson Pollock: \u201cThe White Light\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cChe ci facciamo in un negozio di moda per parlare di Jackson Pollock ?\u201d Luca Beatrice, curatore della mostra \u201cPollock e gli Irascibili\u201d &nbsp; Ho visitato recentemente la mostra milanese dedicata a \u201cPollock e gli Irascibili\u201d. L\u2019ho trovata molto interessante, anche se il riferimento a Pollock avrebbe giustificato una sua maggior presenza espositiva. 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