Mainstream

“Music hall, not poetry, is the criticism of life” (James Joyce)

 

“Mainstream” significa letteralmente corrente principale; nell’uso comune è la corrente dominante in uno specifico campo culturale: il jazz, la letteratura, il cinema.

Frédéric Martel ne ha fatto il titolo di un suo libro, in cui ha messo su pdf e su carta cinque anni di inchiesta sul campo “sur cette culture qui plaît à tout le monde”, come recita il sottotitolo. Mainstream è dunque, nell’accezione dell’autore, la cultura di massa, più bassa che alta, e la sua inchiesta, condotta con rigore e senza scetticismo elitario in 30 paesi del mondo, ci conduce attraverso la “geopolitica dei contenuti”, lo scontro di civiltà che si combatte a suon di film, serie televisive, musica, videogiochi.

Il libro non può che partire dall’analisi della cultura di massa americana e delle sue “industrie creative”, le major cinematografiche e musicali; in seguito l’autore allarga l’orizzonte ai paesi emergenti, al mondo arabo, al sud-est asiatico, al Sudamerica, per verificare quanto la cultura di massa di queste aree sia originale e quanto influenzata dagli Stati Uniti.

Sullo sfondo ci sono due chiavi di lettura, la prima più esplicita, la seconda più nascosta. La prima (che è chiarita nel Prologo al testo) ci dice che la cultura di massa non è solo una questione di business. Per uno Stato o una comunità, imporre i propri prodotti culturali significa anche esportare i propri valori, come molti intervistati confermano; significa altresì esercitare un “soft power”, che nel mondo contemporaneo è probabilmente più efficace del potere delle armi, per estendere la propria influenza. Come del resto gli Stati Uniti hanno saputo fare dal dopoguerra ad oggi.

La seconda chiave di lettura si può cogliere tra le righe, nel tono in cui Martel tratta la cultura bassa e nell’importanza che le annette. Il modo migliore per capire il mondo è proprio quello di analizzare i prodotti dell’intrattenimento globalizzato di massa: film di cassetta, successi e star della musica pop, serie televisive a diffusione mondiale, videogiochi. Aggiungerei: la pubblicità, i cibi globalizzati, i prodotti tecnologici; e ancora, le forme, i temi e gli arredi urbani. Il libro non tratta di questi ultimi, limitandosi appunto all’”entertainment”, al modo in cui gli uomini delle società globalizzate spendono il proprio tempo libero.

Limitandosi è un termine improprio poiché il testo occupa oltre 450 pagine, corredate da un glossario; l’autore rimanda al proprio sito (http://www.fredericmartel.com/) per diverso materiale aggiuntivo, tra cui la bibliografia, le note a piè di pagina, l’elenco delle persone intervistate, e alcune statistiche sul consumo di musica (interessantissimo!), cinema e serie televisive. 

In questa messe di informazioni bisogna malinconicamente ammettere la marginalità dell’Italia: pochissime persone intervistate, quasi tutte in relazione a Cinecittà; nessuna “industria creativa” italiana che compaia nell’indice dei media e delle società.

Ci potremmo consolare considerando che, se una simile inchiesta fosse stata realizzata nel XVI o XVII secolo, l’Italia avrebbe avuto il ruolo di principale protagonista. E comunque, niente passatismi: oggi noi italiani produciamo il “reality” comico più divertente del mondo!

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